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Capitolo 7

… adesso basta …

Adsso basta con tutte le congetture, con tutte le supposizioni, basta con le proprie idee su religione, sviluppo, filosofia, libertà.

Applichiamo ciò che certa filosofia ha brillantemente definito “sospesione del gidizio”.

I dubbi rimangono eccome ma siamo tutti felicemente convinti di passarci sopra per qust’attimo che durerà ancora 2 settimane.

E’ bastato fare un giro là fuori …

I primi cui è toccato in sorte un giro intergalattico tra l’umanità della selva disboscata e le colline del mais siamo stati io (giulio) e Sandro.

Una mattina, mentre Sara, Mattia, Gabo e Tati si recavano al mercato di Poptun per cercare gli ultimi e fondamentali materiali per i laboratori, io e Sandro siamo partiti sul pianale del pik-up di Padre Ottavio verso le montagne, verso quei piccoli e sperduti villaggi di contadini che qui chiamano Aldeas (Aldee italianizzando).

L’asfalto finisce esattamente 3 metri dopo il collegio, da lì in poi è sterrato; la corrente eletrica finisce esattamente 3 aldee più in là, dopo è solo luce di candele e qualche raro generatore a benzina.

Curiosi come 2 girini nello stagno, col vento in faccia, corriamo su quelle strade innondate di fango e buche (qui non vuole proprio smettere di piovere).

2 ore per arrivare nell’aldea di S. Marco.

2ore di colline ricoperte per lo più da mais e laddove la selva è intatta lascia fuoriuscire tutta la sua potenza di vita; dolci rilievi non troppo alti, qua e là nebbia sprigionata dagli alberi, mucche e cavalli.

Per strada raccogliamo e poi lasciamo persone che vanno e vengono dai campi e che, all’occasione, non disdegnano un passaggio fortuito.

Padre Ottavio deve fare delle visite e ci aveva avvisati che se fossimo andati con lui saremmo tornati di notte.

L’aldea di S. Marco è un luogo sprofondato nel verde, circondato da alte colline, qualche campo di mais e poi è solo selva.

In quello che si potrebbe definire il centro del paese c’è un campo da calcio e la chiesa.

Tutte le case che abbiamo visitato sono fatte di legno, i tetti sono di lamiera o, nella maggioranza dei casi, di foglie secche di palma.

Il pavimento è la terra, solo in pochi hanno fatto una leggera gettata di cemento.

Le tavole che costituiscono le pareti sono così irregolari che nelle fessure che si vengono a creare capita di poterci infilare una mano.

All’interno trovano posto qualche amaca e qualche letto, a seconda della grandezza della famiglia.

La cucina in genere è una costruzione a parte: una struttura in legno che tiene su il tetto, un pianale dove tagluzzare verdure e carne e un braciere.

Le pareti in questo caso se ci sono non arrivano mai fino al tetto, per agevolare la fuoriuscita dei fumi.

La prima visita che facciamo è nella casa di don Esminio (nome di fantasia).

Non appena entriamo nel campo visivo della casa vengono ad accoglierci festanti e curiosi 5 o 6 bambini scalzi, sorridenti e col fango ovunque.

L’atmosfera sembra allegra, ci sono anche 3 o 4 adolescenti, 2 dei quali stanno giocando su un’amaca che da lì a un attimo si romperà generando ilarità.

Io e Sandro stiamo per tirare fuori le clave per divertire i bambini ma ci accorgiamo appena in tempo che non è il caso.

don Esminio, il capo famiglia, è su una sedia a rotelle, intorno a lui sono assiepate le varie generazioni femminili della casa.

Il don è un uomo di 62 anni, magro con pochi denti gialli in bocca e tutti i capelli neri in testa, 2 occhi nocciola che guardano quasi sempre davanti a lui, che guardano oltre, due occhi incastrati in mille rughe ancora non troppo profonde.

Sono occhi che durante i suoi racconti vedono immagini di un mondo lontano che noi possiamo a malapena figurarci.

Don Esminio ha le gambe gonfie, non riesce più a muoverle, a malapena riesce a muovere un solo braccio, la sua voce è un filo che sembra doversi spezzare da un momento all’altro.

Eppure con quel filo di energia riesce a preoccuparsi per noi, ci chiede se siamo seduti comodi e se il sole ci molesta.

Tutto è successo in 2 settimane: prima un piede, poi una gamba, poi l’altra, infine le braccia.

Con gran difficoltà riescono a portarlo all’ospedale di Dolores, da lì lo trasferiscono a Poptun, poi a S. Benito, da lì volevano mandarlo nella capitale, ma lui rifiuta e torna a casa.

La struttura sanitaria del Guatemala è semplice, ad esempio : ti rompi un braccio, vai all’ospedale, se hai i soldi per il gesso bene, altrimenti torni a casa così come sei venuto.

Questi contadini sono ricchi di spirito e di energia, ricchi di amore, di mais e di fagioli, ma in quanto a denaro proprio no.

Anche solo il viaggio dall’aldea a S. Benito può essere un problema.

Padre Ottavio ci spiega che spesso la gente preferisce morire in casa senza tentare di curarsi in un ospedale lontano, questo per paura che la famiglia debba indebitarsi a vita per eventualmente far riportare la salma a casa.

Ci ha raccontato la storia tristissima di una ragazza, poco più che bambina, ma da queste parti già donna: aveva complicanze durante la gravidanza, probabilmente nulla irrimediabile, ma lei senitva di essere grave, così, per non pesare sulla famigla ha deciso di rischiare … è morta, e con lei anche il bimbo …

Don Esimio è commuovente quando racconta, con quel suo filo di voce, con quelle pause obbligate dalla fatica e con quella cantilena tipica da queste parti. Ti lascia entrare nel suo cuore, passando da quegli occhi nocciola :” Io ero un bimbo … mio padre doveva spostare quell’albero dalla strada … erano in pochi a poterlo aiutare … io pensai che il mio vecchietto si sarebbe fatto male per la fatica … così aiutai anche io … e ci misi più forza che potevo …. ma ero un bimbo … e il troppo sforzo fece esplodere una vena nel polmone … fui ricoverato 20 giorni in ospedale … quando uscii mi dissero che stavo bene ma che non avrei dovuto far sforzi … ma come può un contadino non fare sforzi …”

Siamo emozionati, tutti, e lui continua, ha voglia di raccontare e dopo poco arriva al presente con una consapevolezza che mi sorprende (ma che ci sarà poi di così sorprendente? Come se noi del “primo mondo” istruito e industrializzato fossimo depositari di chissà quali verità!).

La consapevolezza di un uomo che non ha sogni di gloria o di ricchezza, un uomo carico di dignità che chiede in fondo solo un po’ di rispetto.

“… io lo so che noi contadini distruggiamo la natura, ma lo facciamo per sopravvivere, noi siamo figli del Guatemala, abbiamo il diritto di poter sopravvivere, è una vita che lottiamo, continueremo a lottare, dobbiamo continuare a lottare…”

Lottare …

Già, qua la lotta è dura e impari, giocata sulla pelle di povera gente.

Cosa sta succedendo?

Alla fine della guerra civile una gran quantità di villaggi Indios erano somparsi, generali spetati, al servizio di governanti criminali avevano fatto piazza pulita, uccidendo uomini, donne e bambini.

Ci fu un esodo di migliaia di profughi verso il Messico e il Belize

Alla fine della guerra vi fu il rientro di parte di questi profughi, tanti restarono all’estero.

Il Peten (regione in cui ci troviamo, circa un terzo del guatemala) era interamente coperto da foreste, dopo l’amazzonia una delle foreste più grandi al mondo.

Tornando in Guatemala i fuoriusciti ripartirono proprio da qui, un po’ alla volta, riunendosi in piccole comunità, disboscando a mano e coltivando.

I contadini ora fanno anche 2 ore di cammino per arrivare al campo, i più fortunati hanno il cavallo, la loro vita è dura ma, a loro modo, si sentono ricchi, come mi spiegava Mingo.

Tutto questo però è minacciato, ed è per questo che stanno lottando.

Già intere aldee sono scomparse, arrivano dalla capitale, ma non solo, i capitalisti … e comprano …

A volte si presentano con finti documenti di proprietà, ma se non hai un avvocato è impossibile stabilire cosè falso e cos’è vero.

A volte comprano tutta la terra che hai intorno al tuo campo e non ti lasciano il diritto di passaggio.

A prevalere è la legge del più forte.

A volte arrivano e ti dicono che se non vendi tu oggi venderà la tua vedova domani, qui a volte l vita vale meno di una vacca.

Esminio diceva che i contadini distruggono la natura per sopravvivere, questa marmaglia distrugge la natura, passa come un buldoozer sopra la vita di povera gente solo per arricchirsi sempre di più, piantando coltivazioni intensive di palma africana per il bio combustibile o per l’olio (che fa male! Ed è presente in tantissimi prodotti che consumiamo noi), o per lasciare le vacche al pascolo, con allevamenti di proporzioni sconfinate.

La visita è terminata, Padre Ottavio e Suor Isolde sono riuciti a convincere don Esminio ad andare all’ospedle di Città del Guatemala. I 2 religiosi si sono offerti di aiutare per il viaggio e l’alloggio di un familiare nella capitale durante la degenza.

Ci sono state altre visite che meriterebbero di essere raccontate ma non voglio approfittare dell’attenzione del lettore.

Io e Sandro abbiamo animato con la giocoleria quasi tutte le visite.

Abbiamo pranzato con una famiglia che per l’occasione ha ammazzato una gallina.

Nel tardo pomeriggio c’è stato un piccolo spettacolo di una ventna di minuti per tutti.

Mentre Padre Ottavio era in riunione con i ragazzi dell’aldea siamo adati con Isaia a fare un giro nei dintorni.

Isaia, un uomo robusto, contadino con stivali da cow-boy e cuore da bambino, ha visto lo spettacolo e ci ha preso in simpatia, così ci ha fatto da guida.

Attraversando cmpi di mais abbiamo avuto modo di vedere: un tucano che volava libero, un boa di un metro e mezzo appena ucciso, mangiato e scuoiato, ragni enormi e uno scorpione dal veleno potente.

Siamo arrivati appena dentro la selva, con Isaia che raccontava di puma e giaguari.

Ci ha fatto magiare il gambo di una pianta di cui non ricordo il nome ma che in bocca sprigionava un sapre potentissimo che vagamente ricordava l’anice.

Verso le 9 siamo ripartiti sfiniti ma contenti.

Le cose successe sono ancora tante ma ve le racconterò dopodomani, vi racconterò dell’ide di libertà di mingo, dei laboratori appena iniziati qui al collegio, del primo spettacolo di Circo Inzir a Los Olivos, comunità sperduta di indios in cui nessuno o quasi parla spagnolo (castigliano per essere più corretti) ….

…. a presto …